Parole… d’ascoltare

Avrebbe cercato di spiegarle semplicemente la sua vita, ora che l’aveva attraversata lungamente. Come un tempo steso in stagioni sempre nuove a sorvolare, impaziente, la natura tangibile di passaggi diversi, a volte ripetuti. Così il suo appartenere a quell’uomo, che di complessità era forma, si adagiava – ancora adesso – sopra a un logoro giaciglio di giorni semplicemente spesi, vissuti al meglio di ciò che gli era stato concesso di comprendere. Paesaggi suoi infiniti, distesi e persi in fondo agli occhi colmi d’immagini a sormontarsi un posto tra i ricordi indelebili. Un vasto e articolato lasso di remota esistenza gli apparteneva, oramai, senza possibilità d’errore né di possibili ripensamenti. Eppure tenaci, giovani impazienze gli erano ancora amiche, qualche volta. Di questo ringraziava il dono della curiosità, il suo significato semantico, se ostinatamente e senza apparente molestia, tuttora poteva sedersi accanto a se stesso condividendo tutto ciò. Nonostante avvertiva, in maggior misura, somiglianza di foggia agli intensi profumi d’innumerevoli ricordi, accoglieva con stupore rinnovato la forza della vita e il suo eterno mistero, scorrergli impetuosa dentro. Non sapeva esattamente quale fosse stato il segreto primitivo, il momento, l’errore o cosa d’altro a generare certe sue convinzioni. Conosceva scientemente, invece, di non nutrire più interesse alcuno nel riconoscere, in un luogo preciso, dove albergassero le colpe in sospeso, gli affronti ricevuti. Quel tempo claudicante, di spalle l’aveva ripudiato, dimenticato per sempre, abbandonato in qualche discarica oramai dismessa del suo antico cuore assolto. E pur se lo sguardo era decisamente stanco, mostrare gli argini rimasti di una gioventù sfiorita, restava dritto davanti a sé, come una prua contro i venti disuguali della vita in attesa.
Ci sarebbero stati ancora molti anni cui mostrare volontà di grande impegno. Sperava, tuttora, di saper trovare le risorse necessarie per affrontarli con criterio. Sfide, progetti e ambizioni nuove da realizzare su questa amata terra. Tracce di nuova rabbia da medicare, in verità, ancora ne sarebbero arrivate, ma pur nuove ragioni cui offrire una priorità d’ascolto. Come chiedere all’amore e al suo bisogno, alla voglia di raccontare, ai sentimenti umani, di essere quotidiane speranze, merce pregiata che non sarebbe mai potuta essere comperata se non nelle piazze abitate dal proprio, futuro cammino.
Desiderava fossero queste le uniche cure dell’anima cui prestare un valore certo. C’era, però, un altro desiderio appena nato a fargli lusinga: quello di potersi riconoscere in qualcosa di tangibile da lasciare in questo luogo di vita in condivisione. Sì, proprio qui, dove i suoi passi; anche d’inchiostro sarebbe stata l’orma, avrebbero segnato un cammino unico, indelebile. Qualcuno già aveva scritto di possibilità, di speranza, affermando che gli influssi sarebbero riusciti nell’intento di accordare spessore al pensiero. Segnali di rotta da assecondare, quindi, misurando al vento della vita la loro straordinaria forza. E di avere un sestante nel cuore, l’aiuto da mirare in un cielo di notti senza stelle, sarebbe stato necessario. Sperava fosse così quel suo tempo quasi nuovo, disteso come un orizzonte di parole buone, compagne di un tramonto e del suo docile incanto. Pronte a risorgere dopodomani, accecanti di luce, calore e di buone volontà. Era come tentar di definire agli eventi un concetto di moto perpetuo. Credere nell’intuizione di eterno, pensava fosse davvero un’ipotesi custodita nell’immenso valore nel vivere in qualcuno o in qualcosa. Vibrazioni incorporee, libere di attraversare ogni forma conosciuta o forse altro ancora, ma non avrebbe saputo raccontare con giusto criterio di tutto ciò. Troppe le varianti dell’animo e del loro dissimile ascolto.
Quindi, con un gesto calmo, prese quelle sue fitte parole e le diede alla figlia, così come gli si erano posate nella mente, prima di migrare su quelle righe. Le chiese di non preoccuparsi, non se ne sarebbe privato affatto, l’intento era di condividerle con lei, semplicemente. Le parole contavano un mondo a parte, per lui, gli era sempre piaciuto farne il loro uso con rispetto. La concreta speranza, però, era che potessero servire a entrambi, che possedessero un senso doppio nel loro avvio. Per lei, un diverso apprendere, per lui, l’eredità di un’anima narrante trasferita con giudizio. Desiderava che ciò che aveva scritto non fosse soltanto tramandato, ma servisse a spiegarle, almeno in parte, l’uomo cui apparteneva, non soltanto il padre che le era spettato di avere, né attraverso il retaggio di un ruolo che conosceva per diritto.
Lei era parte sua di un perpetuo, di quel miracolo vitae, del dono assoluto della vita generata. Era meravigliosa ragione, argomento essenziale su cui aveva poggiato, negli anni, molti sforzi di quella sua storia infinita.
Come in una sorpresa d’artista, quei pochi giorni di nuovo anno avrebbero portato con sé la magia e il candore della neve sulla terra. Questo desiderava fosse un segno d’auspicio per le loro semplici ma importanti vite, per le osmosi dei sentimenti offerti e ricevuti in cambio.
E anche se il male ostinato del mondo, avrebbe perpetrato nuovi disegni caparbi e orribili da mostrare, loro, di passo svelto, avrebbero calpestato ugualmente il valore di quella strada comune. Cercando, di speranza, il calore buono di un sorriso vero tra gli uomini, sbirciandone – ogni tanto – le loro incommensurabili storie.

© Roberto Anzaldi

  2 comments for “Parole… d’ascoltare

  1. Barbara.T.
    30 aprile 2015 at 22:00

    Costui è un uomo che ha acquistato consapevolezza di sé nel tempo, è un uomo che senza compiangersi ha saputo riconoscere i suoi errori e trarre da essi insegnamento…costui è un padre che non ha paura di mostrare alla figlia le sue debolezze…è un uomo che ha il coraggio di mostrarsi per quello che è; e col suo scritto vuole insegnare alla figlia che tutti si può sbagliare…ma ad ogni errore si può sempre cercare di rimediare e per crescere bisogna sperimentare e non bisogna vergognarsi di sbagliare perché siamo esseri umani con sentimenti ed emozioni che a volte sfuggono al nostro controllo…non siamo dei robot.

    • 30 aprile 2015 at 23:54

      Cara Barbara,

      che dire dopo aver letto il tuo commento. Hai già detto tutto tu! Posso solo aggiungere, che scrivere è anche questo: mostrarsi senza veli ne reticenza alcuna. Condividere le perplessità, le dobolezze, molte delle domande che la vita t’impone di osservare, è necessario per elevarsi dal torbido mare delle ovvietà, oltre ad essere un profondo esercizio per l’anima.
      A presto…

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