Il principio dei gatti comunicanti

Gianni sarebbe riuscito a liberarsi, di lì a poco, da una prigione. In piedi, sopra al tetto sconnesso di lamiera infuocata dal sole d’agosto, avrebbe ballato e gesticolato, urlando euforico. Arrivando, così, a riacquistare la libertà da quella casetta deposito di un cantiere, apparentemente abbandonato da alcuni mesi, attraverso un artigianale lucernaio ricavato dalla copertura ondulata, impilando mattoni, vecchi giornali e alcune consumate riviste pornografiche trovate al suo interno. Il millenovecentosessantanove, intanto, trascorreva, per noi, tra inesauribili giochi e la frequentazione dell’ultimo anno di scuola elementare, nella vasta e non ancora selvaggiamente edificata periferia milanese. Il prossimo ottobre avrebbe cancellato per sempre, spazzando via con un colpo di forte brezza improvvisa, parte della nostra ingenua infanzia. Io, mamma e mia sorella, di qualche anno più grande, saremmo andati a vivere da soli lasciando definitivamente una porzione di casa degli zii, a noi riservata, in cui eravamo nati e cresciuti fino a quel tempo. Il fragile cuore di nostro padre, purtroppo, si era già arreso tre anni prima alla sua malattia. Non così fu il dolore incessante per quella che, da quel triste giorno sarebbe divenuta, per noi, un’eterna mancanza.

Gianni era ancora sul quel tetto sudato fradicio, come un maratoneta dopo molte miglia, senza aver percorso neppure un metro di quella corsa. Nella baracca di legno e lamiera c’era dovuto entrare, come tutti noi, prima di lui, per essere ammesso nella nostra goffa banda. Quella era una delle due prove impossibili alle quali ci si doveva sottoporre per essere, a tutti gli effetti, accettati dal gruppo. All’interno di quella baracca, oltre alla temperatura che poteva raggiungere tranquillamente i cinquanta gradi centigradi, in certe giornate caldissime e afose, c’era un fetore nauseante d’escrementi nonché alcuni resti biologici non meglio identificati.

La prova consisteva nel saper resistere almeno venti minuti in quella tortura, per poterla considerare superata. L’infinita stupidità della nostra preadolescenza, però, non era consapevole di quanto pericoloso fosse ciò che facevamo, ma, per un mistero d’altrettanta buona sorte, a nessuno di noi successe mai nulla d’irreparabile.

C’eravamo radunati tutti intorno a quella catapecchia, accorrendo al richiamo delle sue urla festose di vittoria. Gianni era abbastanza alto per la sua giovane età, ma tanto mingherlino da sembrare una marionetta animata, quando si muoveva. Ecco perché ridevamo nel vederlo agitarsi sopra quel tetto. Prima di scendere, comunque, volle essere rassicurato che la sua prova fosse ritenuta valida, nonostante lo scaltro tentativo di fuga, prima di ridiscendere calandosi nuovamente nel lucernario improvvisato. Gli aprimmo la sgangherata porta di legno che era stata chiusa dall’esterno con un catenaccio di fortuna, ricavato da una giusta misura di fil di ferro arrugginito e lo liberammo, finalmente. Poi, tutti di corsa, andammo a bere acqua fresca comunale a sbafo. Eravamo ospiti assidui presso la mitica fontanella “ Il Drago verde” che, in linea d’aria, distava dal cantiere circa tre – quattrocento metri. C’era una scorciatoia che utilizzavamo spesso anche per improvvise fughe dalla portinaia di turno o da qualche marachella scoperta dagli adulti. Due alte reti metalliche, pronte da scavalcare per necessità, dividevano i confini di alcuni palazzi permettendoci, in quel modo, d’accorciare sensibilmente la distanza dal nostro pubblico ristoro. A quei tempi era uso quotidiano lo scavalcare, per gioco o per necessità, reti e cancelli d’ogni dimensione e foggia. Senza contare quanta maggior soddisfazione ci poteva essere, a quell’età, nell’utilizzare peripezie sempre nuove che non percorrere le semplici strade sicure e asfaltate. In quel lontano periodo tutto doveva essere incanto… sfida continua.

Gianni bevve per primo; se lo era davvero meritato. Poi, infilò la testa sotto il getto tranquillo della fontanella per un tempo adatto. Tutti lo imitammo, in seguito. Rinfrescati e appagati tornammo al nostro cantiere. Il quartier generale d’armata delle infinite fantasie e dei giochi innocenti di noi: branco di mocciosi con i gomiti consumati e le croste alle ginocchia. Non erano ammesse ragazze nel nostro gruppo selvaggio, neppure quelle lontanamente simpatiche. Quelle giocavano tra loro in cortile a fare le mammine, con bambole e pentolini di latta e di plastica, preparando improponibili torte di fango guarnite con piccoli sassi, foglie e qualche rametto raccolto nel giardino condominiale. Con certe cantilene acute e irritanti nella voce, da donnine vissute, che arrivavano così distanti da giungere ancora fastidiose fin dentro i confini del nostro piccolo mondo. Da starci alla larga, insomma!

Anche loro, però, imparavano, in quel modo, un ruolo futuro ancora nascosto, piano piano. Come per noi lo erano i nostri giochi vagamente bellici. Qualche anno dopo, però, avremmo tutti cambiato idee su quelle ragazzine, invertendo la rotta. Ci saremmo arresi ai capricci adolescenziali, a quelle mossette che sarebbero loro appartenute. Saremmo divenuti, ancora tutti, più o meno, rincretiniti nonché dipendenti da quegli occhi dolci e sognanti. Quante le armi in più di seduzione, crescendo, avrebbero ricevuto in dote da una sorte di spettanza.

In quel cantiere momentaneamente dismesso c’avrebbero costruito, a nostra insaputa, una serie di palazzi signorili, ma, per il momento, era soltanto un enorme scavo profondo circa una decina di metri. Un perimetro appositamente realizzato per le nostre infinite avventure.

Per la nostra immensa gioia, qualche pioggia o un forte temporale estivo, ogni tanto, ne riempiva il fondo limaccioso per diversi giorni. C’erano alcune lunghe e robuste scale di legno a pioli, per scendere nello scavo. Nelle pareti all’interno, per poter raggiungere i due livelli intermedi, erano stati creati dei piccoli terrazzini di terra battuta su cui erano stese, orizzontalmente, ampie assi di legno grezzo come sicuro appoggio inferiore. In quei giorni, ci calavamo cauti uno dopo l’altro, con gli stivali neri di gomma ai piedi fino a raggiungerne il fondo. Arrivati, facevamo la conta allo scopo di creare due squadre equilibrate, secondo le nostre idee del momento. Poi, preparavamo un numero di palle di fango esattamente uguali per ogni squadra. Ci schieravamo su entrambi i lati corti dello scavo; quelli lunghi erano troppo distanti tra loro e, con i nostri lanci bambineschi, non saremmo mai riusciti ad arrivare dall’altra parte.

Il gioco consisteva nel tentare d’arrivare più vicino alla sponda opposta senza toccarla, però, cercando di creare un’ampia schizzata sull’acqua per bagnare gli amici avversari schierati. Un colpo di fango per ogni squadra.

Eravamo molto seri nei nostri giochi, rispettando, privi d’ogni obbiezione, tutte le regole precedentemente stabilite. Senza possedere nessuna particolare fantasia, credo si possa facilmente immaginare in quali pessime condizioni si potesse uscire, alla conclusione del gioco, da quello scavo. Il ritorno alle nostre case, la sera, era sempre leggermente problematico. C’attendevano sicure grida e, magari, qualche scapaccione ricevuto dai nostri genitori. Forse ce lo meritavamo pure, ma continuammo impassibili e ancora per qualche tempo, nel combattere le nostre fangose battaglie.

Nei pressi della baracca c’era un’altra piccola costruzione in muratura alla quale mancavano, completamente, tutti gli infissi e una parte di muro in uno dei lati perimetrali. Un vecchio casamento dismesso, probabilmente adibito, un tempo, a deposito di attrezzi o cartelli stradali. Trovammo, al suo interno, un cartello in lamiera arrugginita dei “lavori in corso” e pure una rete da letto metallica, che riutilizzammo immediatamente, come strumento di tortura per la seconda, definitiva prova d’ammissione alla banda. L’aspirante smargiasso veniva sdraiato su quella rete con mani e piedi legati da corde e lacci di fortuna. In seguito, utilizzando sempre il casuale metodo della conta, venivano scelti due involontari per infliggere al condannato di turno la tremenda pena del solletico. Anch’io c’ero passato da quella forca caudina e vi posso garantire che a essere obbligati a ridere, ci si divertiva davvero poco. Penso fosse, tra le due, la prova più crudele e difficile da superare. Bisognava resistere senza supplicare ai due boia assegnati, di smettere di praticarlo, il solletico, per almeno un minuto e mezzo. Il minuto e mezzo più sconfinato che io abbia mai conosciuto. Potrei quasi giurarlo! Chi non avesse ottenuto dalla sorte la forza necessaria per resistere a quel terribile supplizio, avrebbe dovuto ripetere la prova il giorno seguente. Alcuni aspiranti gradassi, pur volonterosi, non furono in grado di terminare neppure il secondo tentativo. Dovettero, quindi, loro malgrado, abbandonare la banda e il suo quartier generale. Ci saremmo frequentati lo stesso, con gli esclusi, ma al di fuori del cantiere. Questa era un’altra delle nostre indiscutibili regole e bisognava accettarla.

Ci fu un orribile episodio prima della fine di quell’estate che segnò, almeno per me, un confine di diversa coscienza su quei giochi. In seguito, l’improvvisa e frenetica ripresa delle attività lavorative di quel cantiere e il rapido sopraggiungere dei nostri nuovi impegni scolastici, sancirono definitivamente il termine di un pur sempre indimenticabile, nonostante tutto ciò che ci accadde, periodo delle nostre giovani vite.

Un giorno, alcuni amici componenti attivi della banda, catturarono un povero e indifeso gattino. Lo portarono, come un trofeo, al cantiere. Ci fu una specie di assemblea sommaria per decidere cosa bisognasse farne dell’ignaro prigioniero. La maggioranza, vittima dei segnali di cattiveria incontrollata già insita in noi, nonostante fossimo così piccoli e apparentemente innocenti, decise di lapidarlo con l’ausilio di grosse pietre, come un’ulteriore, assurda prova di malvagità del gruppo. Anch’io non mi opposi a quella infame, inutile crudeltà. Quando le pietre cominciarono a colpirlo, però, io ne raccolsi da terra una più grossa e, con un violento, unico colpo lo uccisi per non farlo più soffrire. Assurdo vero? Non mi opposi quando avrei potuto farlo ma non fui in grado di sopportare oltre l’agonia di quel misero gattino. Non riuscii a sentirmi, per questo tardivo slancio d’umanità, migliore degli altri… forse addirittura peggiore. Un piccolo codardo che per autentica idiozia aveva taciuto. Provai, dapprima, una sensazione di malessere fisico e, in seguito, una strana percezione che, prima o poi, qualcuno o qualcosa mi avrebbe presentato il dovuto, per ciò che avevo permesso che accadesse. A nessuno dei miei compagni, però, raccontai mai il peso di quell’avvenimento.

Il salto temporale, ora, è di quelli importanti… necessari.

Ho avuto, d’adulto, circa trent’anni dopo gli accadimenti narrati di quel periodo infantile, il dono di fare l’assoluta, casuale conoscenza di una furbissima gattina tigrata di quasi due mesi. Uno studio veterinario della mia città ne aveva alcuni esemplari da collocare gratuitamente, tra cui ci sarebbe stata anche la mia Nikita. Una palletta di pelo castano con degli occhietti verdi che subito mi stregarono. Fu lei a scegliermi, lo credo veramente! Si sciolse in rumorosissime fusa, quando la presi in braccio per la prima volta. L’adottai all’istante, prendendola con me. Poi, l’amai profondamente per quasi dieci anni, trattandola come un figlio aggiunto in tutti i giorni della sua vita. Un rapporto veramente speciale, il nostro. Manifestava quasi atteggiamenti affettivi da cane, nei miei confronti e, chi ha potuto osservarli con i propri occhi, potrebbe, ancora oggi, testimoniarlo. Ma un brutto ammasso tumorale saldato alla colonna vertebrale, che le era già stato chirurgicamente asportato con successo due anni prima, riesplose violentemente. L’inevitabile soppressione, visto l’aggressività del male che compromise irreparabilmente le sue condizioni, fu un atto difficile da accettare, per me, ma carico di buon senso. Un altro intervento le avrebbe paralizzato gli arti per sempre. Forse avevo più bisogno io di lei, che lei di me. Per l’umano egoismo avrei potuto tenerla ancora in vita, facendola soffrire inutilmente. Ma non quella volta, però! Non feci quell’errore di presunzione.

Distesa sopra a un freddo tavolo operatorio d’acciaio della clinica per animali, le praticarono due iniezioni, ricordo. La prima per tranquillizzarla, l’ultima, per arrestarle la vita. Stetti ad accarezzarla ammutolito dal dolore, mentre moriva. Piansi in silenzio tutte le lacrime possibili, bagnandole abbondantemente parte del pelo. Lo asciugai con la mano, nelle ultime carezze che potei offrirle.

L’amarezza per la sua perdita fu immensa. In quel momento pensai addirittura a una giusta punizione, come riscatto dovuto, per quell’ignobile gesto compiuto nel passato.

Due anni dopo la sua morte, però, mi capitò in sorte un dono, tanto inatteso quanto straordinario.

Era d’estate e faceva un gran caldo, in quel periodo. L’afa dava un senso d’oppressione. Neppure un filo di lieve brezza, quella sera. Indossavo una maglietta leggera e un paio di pantaloncini alle ginocchia. Stavo in piedi vicino al tavolo da pranzo, intento al rito sapiente di condire una ricca e fresca insalata mista, ascoltando distrattamente alla televisione le notizie di uno dei tanti, noiosi telegiornali serali. E fu in quell’istante che accadde l’evento sorprendente.

Molti di voi avranno senz’altro presente quando un gatto sornione, dagli occhi sognanti e di morbido passo, viene verso di noi e si struscia con la coda dritta, dritta, chiusa in cima da una breve curvatura a manico d’ombrello, di lato o in mezzo alle nostre gambe per uno slancio improvviso d’affetto o, più facilmente, per qualche suo sicuro tornaconto.

Beh! Io avvertii nitidamente quel morbido contatto… due volte! Fu un brivido davvero incredibile, ve lo posso assicurare. Non provai alcun timore, ma rammento esattamente, come fosse ora, che piansi sul momento lacrime di gioia senza nessuna vergogna. Non fa nessuna differenza, per me, ora, che voi ci possiate credere o no. Io so esattamente cosa percepii, quale profonda commozione, turbamento provai in quel preciso istante. Questo è quanto, e può bastare a conclusione, davvero!

La vita in generale e i suoi numerosi accadimenti mi hanno insegnato molto, negli anni. Anche la dignità di aver saputo indossare il peso per tutto ciò che, attribuito a quell’ieri, non si è potuto più aggiustare.

C’è una piccola riflessione, ora, che con assoluta modestia vorrei condividere con voi.

Nel saper attingere alla fonte dei ricordi per poterli raccontare, riportandoli a galla dal buio profondo del passato, bisogna prima aver imparato la pazienza, l’estro sapiente di un saggio pescatore. Possedere, in dono, una pastura d’altro genere, di cui l’informe ammasso dell’accaduto si possa nutrire. E che trovando, poi, una lenta spinta di risalita, possa mostrarsi affiorando alla superficie calma della nostra umile coscienza.

Soltanto sotto questa eccezionale forma di transito, avrei potuto imparare: “Il principio dei gatti comunicanti”.

© Roberto Anzaldi

  4 comments for “Il principio dei gatti comunicanti

  1. Barbara.T.
    27 aprile 2015 at 13:53

    Comprendo il gesto che hai compiuto; hai ucciso un gatto perché comunque sarebbe morto ugualmente però soffrendo…ma sono arrabbiata coi tuoi amici perché non ci si deve divertire ad ammazzare un gatto o qualsiasi altro animale! Neanche un bambino lo deve fare! Mi dispiace per il tuo gatto che è morto, anche io ho avuto diversi animali e quando son morti ho pianto per loro. E eventi straordinari possono accadere a chiunque; qualche mese dopo la morte di mio padre, nel periodo in cui io mi sentivo più a terra, ogni sera passava a trovarmi un dolce merlo, che si posava sulla cima del mio pino e cantava come per volermi sollevare…io a sentirlo stavo bene. Secondo me lui era un messaggero “divino” mandato da mio padre per farmi sapere che lui stava bene…ero pazza? Boh….Bello il racconto! Buona giornata Roberto!

    • 27 aprile 2015 at 15:10

      Cara Barbara,

      non cerco mere giustificazioni. Purtroppo la stupidità di chi non ha ancora una coscienza critica, la possibilità di un pensiero maggiore è libera di sfogarsi senza condizionamenti alcuni.
      Per ciò che “avverti”, invece, quella è una parte delle cose che non solo perché non siamo in grado di riconoscerle voglia dire che non esistano!
      Una visone, questa, che è in conflitto con certe tue affermazioni agnostiche, ma questo è addirittura un bene! Nella vita, oltre alle poche certezze, esistono anche sensazioni di possibilità.
      Buon pomeriggio.

  2. Fabricio
    4 maggio 2015 at 10:43

    Molto piacevole il tuo racconto. Mi ha ricordato un libro letto in gioventù “I ragazzi della via Pal”.
    Salvo una, non ho ricordi di marachelle o avventure vissute da bambino, mentre son ben conscio di quelle vissute da grande. Non mi sorprende invece la tua misteriosa sensazione, pur essendo anch’io agnostico. L’agnostico non nega il mistero o l’esistenza di Dio, solo dice che non si è in grado, almeno per ora, di spiegarlo. Anche gli amputati sentono fisicamente dolore all’arto che non c’è più. Ciao, Fabricio

    • 4 maggio 2015 at 13:52

      Buongiorno Fabricio,

      nel tuo commento hai espresso anche un certo senso di appartenenza con il capolavoro di Ferenc Molnár (lusingato), che anche altre persone mi avevano detto a suo tempo. Mi sa tanto che dovrò cominciare a crederci!
      Noi uomini siamo una forma molto complessa, quindi le domande, i dubbi (chi non li ha), sono il sale migliore della nostra esistenza.
      A presto…

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