€uro-Barbie…

Il padre di Giulia avrebbe desiderato sciacquarsi in fretta le mani nella toilette, liberandosi dal grasso di aggiustamenti meccanici dai palmi imbrattati, ma accidenti: il lavandino del bagno era colmo di una soffice schiumetta invitante, dalla quale spuntavano le teste scompaginate e gli sguardi ammiccanti di qualche Barbie – un numero imprecisato – dal rosso sorriso stampato e dai foltissimi capelli biondi. Nude e perfette, come mamma loro – la fabbrica – le aveva prodotte.
In ginocchio sopra una sedia, con le mani delicate, insaponate e sapienti di una parrucchiera navigata, c’era Giulia. Uno scricciolo di otto anni con una massa di capelli neri e sghembi sulla testa. Sempre sorridente, nonostante le numerose mancanze “d’arcata” dentaria. Una bimba serena e affaccendata, orgogliosa di quel salone di bellezza improvvisato, mentre senza sosta massaggiava con cura anche la pelle – si fa per dire – delle sue “speciali” clienti in ammollo.
“Le sto preparando per una magnifica serata. Dopo il bagnetto laverò accuratamente i loro capelli, poi le pettinerò per benino e, infine, le accompagnerò in un solarium a farsi una bella lampada abbronzante, così questa sera… vedrai, saranno tutte bellissime!”
Mentre spiegava al padre, con assoluta convinzione tipica della fantasia dei puri, i suoi intenti visagisti, la mente del genitore, intanto, eccessivamente strutturata e gravitante attorno ai molti problemi, responsabilità e astrazioni possibili, dopo un brevissimo ascolto alle esigenze della sua piccola creatura, rullò decollando direttamente verso un’ascesa di questioni già esistenti e pregnanti. Inconsciamente, il frenetico affaccendarsi di Giulia – l’estetista in abbozzo – col suo gioco innocente le aveva rievocate.
Pensò, per esempio, a quanto in quel periodo, fosse divenuto complicato il dover affrontare quotidianamente le problematiche della sua gravosa occupazione in proprio. Per l’esatta categoria d’appartenenza vedere: “Giulia o parrucchieri e affini”. Il Padre rappresentava una parte sana di quel tessuto d’immensa linfa di piccoli imprenditori, occupati in quei settori in cui, tra l’altro, beni e servizi considerati non proprio come di prima necessità, potevano soffrire maggiormente di quella profonda e persistente crisi dei consumi, che oramai e a livello nazionale attanagliava la gran parte dei potenziali consumatori medi. Proprio coloro che, in definitiva, sarebbero dovuti appartenere maggiormente al motore trainante dell’economia.
Il padre della giovane visagista Giulia virò lo sguardo distratto verso l’ampia finestra, mirandolo sui colori del cielo, assorto, quasi a voler percorre a ritroso vecchie tratte di pensieri rimasti in sospeso; come il peso delle innumerevoli promesse di tutti quei Governi di turno e senza bandiera certa che si erano proclamati capaci, più di altri, di poter risolvere tutti i problemi del paese. Oggi si erano colorati di bianco, forse domani di rosso, probabilmente dopodomani lo avrebbero fatto di nero o altra tinta meno definita. A colpi di Pil, spending review e numerose invenzioni di sorta, avrebbero mostrato una nuova, falsa facciata ai loro “mandati”.
Senza voler entrare da esperto politicante nella sterile dialettica in cui quei “preposti” sapevano essere grandi maestri, il padre si limitava a osservarne la gravità dell’attuale situazione finanziaria del suo paese, di quanto il potere d’acquisto di buona parte della popolazione d’appartenenza – in primis – e a seguire dei moltissimi cugini acquisiti europei, si fosse drasticamente ridotto, alimentato, di fatto, da quell’enorme “fandonia” che fu l’avvento dell’euro, che in realtà aveva sottratto e in pochissimi anni, enormi risorse alle famiglie tutte. Milioni di persone, lavoratori, pensionati, studenti a carico, si trovarono a dover fare i conti con le possibilità di un salario rimasto in concreto quasi immutato, ma con l’aumento dei beni di consumo e non, cresciuti in media di un considerevole tot per cento – con quel suo calcolo bonario voleva essere credibilmente giusto – rispetto alla vecchia ma ahimè, rimpianta e amatissima lira dei precedenti padri, così come di altre monete autoctone europee.
I “Dotti” raccontarono che senza quel passaggio, quasi obbligato, il paese sarebbe rimasto fortemente indebitato con il resto di quella parte di Comunità Europa che ne avrebbe, invece, fin da subito condiviso il progetto reso necessario dalla continua trasformazione di eventi addirittura mondiali. Le famiglie cercarono di aggrapparsi con tutto ciò che avesse possibile forma d’appiglio alle ragioni rappresentate dalle stelle di una bandiera ammiccante, creata soltanto per quell’alto dovere. Molti “status” acquisiti prima che entrasse in vigore la moneta cosiddetta unica, erano ancora possibili, sia il mantenerli sia poterli raggiungere. Occorsero diversi anni, però, e con maggior esattezza per rendersi conto che erano stati ancora una volta traditi da quelle scelte imposte da chi avrebbe, invece, dovuto tutelarne i diritti e gli interessi tutti.
Sì, proprio quei poteri forti che con la loro dedizione al lavoro di una missione, le intenzioni lungimiranti, gli sforzi e risparmi di spesa pubblica, avrebbero dovuto amministrare le risorse di ogni nazione.
Stati… esatto! Di qualsiasi colore essi si fossero dipinti in quel momento, di fatto, avrebbero reiteratamente ingannato “l’unione” di quei cittadini. Con le loro facce immerse in larghi sorrisi di plastica, raccontarono e avrebbero potuto riferirlo all’infinito, qualsiasi nuovo annuncio verosimile, non certo una verità. La sensazione fu, purtroppo, che non la sapessero riconoscere neppure loro né che possedessero i mezzi per poterla rendere autentica. Il padre era convinto che non ne avessero mai neppure indossata l’intenzione di cercarla davvero. Cosi artigliosamente aggrappati alle loro comode poltrone istituzionali, che garantivano – e soltanto a loro – vite temperate dall’agio, lontane, molto distanti dalle concrete problematiche della gente bisognosa e comune. Quanto sarebbe ancora durata quella cieca arroganza di un potere? Per questi motivi e non solo, ripensò a quella frase sterile, qualunquista ma precisa, apparsagli come fulmine tra l’ammasso di pensieri momentanei: “Si salvi chi può!”
Qualche rumore confuso di vita esterna lo riportò interamente alla dimensione di quella toilette, trasformata per lunghi attimi in un esclusivo centro benessere, anche se gestito illegalmente da personale altamente minorile.
Non dimenticando Giulia, che nel frattempo aveva terminato le cure e gli esperti preparativi per la magnifica serata delle sue piccole Barbie, si separò da quella pesante dimensione semi vigile, quasi onirica, riappropriandosi del suo sguardo cosciente.
La riccioluta e giovane estetista, nel frattempo, uscendo dal bagno ormai ridotto a un acquitrino pericolosamente scivoloso, si voltò verso suo padre e, guardando per un attimo la sue “Biondone” che stringeva soddisfatta tra le sue piccole braccia, disse: “Ah, Dimenticavo, a farsi la lampada non le porto più, lo sai? Hanno speso già troppi soldi per il bagnetto rilassante e dal parrucchiere”.
C’era un’enorme tristezza, però, in quella disarmante confessione della piccola ma attenta Giulia. Era il trovare, anche nei giochi inventati di una bambina di otto anni, la stessa coscienza nel percepire le difficoltà dei genitori nella gestione di fantomatiche, per lei, risorse finanziarie. Primaria causa del fatto che, anche per quella tenera figlia e per le sue splendide compagne di gioco, le possibilità fantasiose di ulteriori e gratificanti consumi si erano ridotte al minimo storico.
Giulia volle aggiungere e con aria decisamente saputella: “peccato, neppure le Barbie possono permettersi più le lampade abbronzanti”. Suo padre sorrise e la abbracciò teneramente, sorpreso e vinto da quella ingenua ma triste verità di bimba a osservare il mondo complicato e fantastico di esseri nominati adulti.

© Roberto Anzaldi

  2 comments for “€uro-Barbie…

  1. Barbara.T.
    2 maggio 2015 at 21:17

    Molto toccante questo racconto! Stiamo vivendo una realtà terribile…ma che futuro stiamo lasciando ai nostri figli a causa di potenti che dicono di pensare al bene del paese ma che in realtà pensano esclusivamente al bene delle loro tasche.

    • 2 maggio 2015 at 23:29

      Cara Barbara,

      questo era umilmente il tentativo di sdoppiare, elevare – in parte – il senso più ludico della narrazione. Non si può non vedere ciò che il “sistema” reitera continuamente, nell’assoluta sordità della sua cinica arroganza. Qualsiasi tipo di potere utlizza l’identico sistema:”forte con i deboli e debole con i forti!”.
      Grazie del tuo commento testimonianza.
      Un sorriso…

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