Dimensioni rapite

L’orologio esterno indicava le sue lancette sulle ore 13.00 di un giorno non nominato. Marco era appena entrato in quell’ampio ristorante affollato di gente, saturo di odori di dissimile natura. Molte persone mangiavano non prestando ascolto a ciò che li circondava, altre, chiacchieravano a voce alta. Qualche risa, così le ammissioni continue tra i gruppi più goderecci, tenevano alti i rumori di fondo. Si festeggiava qualcosa in quel giorno, ma francamente non ricordava cosa!
C’era anche sua figlia con la madre, da qualche parte. Non riusciva a trovarle, ma ne sentiva fisicamente la loro presenza, in quel festoso bailamme. Uscì in fretta, leggermente nauseato da quel miscuglio di umane fragranze. Un enorme giardino profumato da mille fiori primaverili lo attendeva lì, fermo al suo posto da un passaggio di stagioni infilate nel tempo astratto misurato dagli uomini. Una terrazza naturale creata dalla sapiente erosione dei secoli, affacciava la sua pietra irregolare direttamente sul lago. Un’incredibile vista a incantare gli occhi. Da quel punto d’osservazione sembrava più vicino il cielo e i profumi si mischiavano nell’aria in giochi di alchimie scompaginate inventate dal vento.
Marco era un po’ distratto, ma più che lui era il suo inconscio a esserlo. Lo stava guidando a spasso tra quei vialetti fioriti, spalmati a sassolini bianchi che scricchiolavano gentili al ritmo calmo dei suoi passi, sotto le scarpe lievemente imbiancate.
Improvvisamente si sentì chiamare: “Marco!” “Ciao Chiara! Come stai? Anche tu in mezzo a questa confusione?” Si scambiarono un breve saluto con dell’affetto aggiunto nei gesti e, senza parlare; ora erano quattro le scarpe, si incamminarono lentamente verso una seduta di marmo, vicino a quella vecchia ringhiera di ferro battuto verniciata mille volte, ma così fiera del suo perpetuo sbocciare ruggine, rendendone vive le forme antiche, quasi a voler trattenere intatta quella storia e i suoi ricordi infilati in stagioni senza tempo.
– Era uscito per cercare qualcosa… qualcuno… non ricordava o forse si? – Si accomodarono, il lago a poca distanza era calmo davanti a loro, l’aria era fresca, profumata. Il cielo terso sembrava sfondo di una tela, mentre fronde di alberi cullavano, con il loro fruscio, un momento magico, forse irripetibile. Parlavano adagio fra loro, non c’erano ostacoli né pause di alcun timore tra quelle voci. Era così facile farlo, sembrava quasi di non vedere le loro bocche articolarsi. Pareva che il verbo degli intenti, i pensieri, passasse attraverso gli sguardi incrociati. Un’osmosi silenziosa di forti sentimenti narrati. Lucidi impulsi trasmettevano direttamente a sinapsi cerebrali, senza altre trasmissioni all’udito. Comprenderli era viverli nel medesimo istante, come se si stessero “parlando” di dentro. Un tramite muto di verbo, creato per conoscere, di loro, gli ammanchi, ogni cosa proibita. Le gioie, i dolori, i desideri, i sogni, ora tutto gli apparteneva. Il tempo non aveva più moto in quel momento, passavano le ore o una simile condizione, ma non la magia preziosa che quella diversa dimensione gli stava regalando.
Marco si sentiva leggero, sereno, appagato… coinvolto. Aveva brina negli occhi. Si domandava: “ – Non dovevo dimenticami di… di… che cosa? ” –
All’improvviso ma naturalmente, Chiara fece un gesto calmo che lui non si attendeva. Si alzò, ruotando il corpo verso Marco e sedette sopra le sue ginocchia. Ora, i loro occhi erano più vicini, accesi come il tramonto, che come scena perfetta, apparve da un altro incantesimo dietro di loro. Lei aprì delicatamente le braccia e lo cercò nel calore di un abbraccio. Il maglione beige che indossava, s’intonava perfettamente con i suoi capelli castani. Avvicinandosi alla sua morbidezza, Marco si sentì accarezzare il volto. Il desiderabile seno di Chiara, invece, morbidamente lo lusingò. La abbraccio anch’egli, teneramente. Lo desideravano così tanto entrambi, da molto tempo!
– “Sono a casa, Chiara” – disse. Si sentiva così sereno, come mai avesse potuto immaginare prima. Non aveva davvero mai provato una sensazione così tenera e forte. A Marco tremava la voce e non disse più nulla. Quella stretta era così perfetta, desiderata, incantevole, non aveva bisogno di sommare altri elementi né sciocche parole. Profumata, calda, sensuale, ma allo stesso tempo pudica, misurata… fraterna. In quell’abbraccio ogni movimento, contatto, percezione, era incastonato, sublime. Rimasero così: fermi, immersi in quella vicinanza dorata, ineluttabile, sicuri e persi in quell’infinita pace d’amore puro.
Pipipipit… pipipipit… pipipipit! Marco aprì gli occhi, erano le 06,30. Faticosamente e nel torpore generale, addomesticò le forme e il suono sgradevole di quell’odiosa sveglia vintage. Fuori il buio teneva ancora a bada la frenesia della luce. Stiracchiandosi e stropicciandosi il viso, cercò di riacquistare un minimo di lucidità apparente. Si sentiva leggermente stordito, confuso. Il ronzio del silenzio era più avvertibile dei rumori del mondo che non avrebbero tardato ad arrivare, neppure oggi. Si alzò dal letto senza convinzione nei gesti e, lentamente, con passo incerto si trascino fino alla cucina. Prese un bicchiere pulito, versò dell’acqua pubblica sorseggiandola lentamente a occhi chiusi. Sentiva perfettamente il suo fresco percorso; dalla gola, giù in caduta libera fino allo stomaco. Si avvicinò adagio alla finestra scostando appena la tendina. Il deserto del primo mattino era muto, così il rumore incalzate dei suoi pensieri quotidiani. L’immenso velo della notte al termine nascondeva ancora i colori del cielo, che sembravano volerlo cullare ancora un po’. Tra qualche piccola misura d’attesa, anche quel sottile velo sarebbe stato riposto con naturale cura. Un altro giorno avrebbe illuminato le strade e i mille perché della vita degli uomini.
Marco respirò forte, profondamente, quanto bastò per accorgersi di un piccolo miracolo avvenuto. Dai molti profumi di quel tangibile sogno appena svanito, era riuscito a rapirne una sensazione unica, d’immensa pace. Era soltanto un sogno, dunque! Peccato… peccato, pensò.

© Roberto Anzaldi

  2 comments for “Dimensioni rapite

  1. Barbara.T.
    1 maggio 2015 at 6:16

    Peccato davvero! Sembrava cosi tutto vero…chissà magari era un sogno premonitore…bellissimo racconto ricco di emozioni!

    • 1 maggio 2015 at 6:26

      Gentile e mattutina Barbara,

      lei mi gratifica continuamente. Spero che le varie letture facciano altrettanto per lei.
      Buona giornata…

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