Cosa resta…

Per sempre magiche resteranno le atmosfere in quei giorni di Natale antichi, d’infanzia odorosa, di teneri bisogni. Una luce morbida, calda e racchiusa nell’animo, come soltanto i ricordi singolari possono meritare di trattenere. Oggi, quelle forti emozioni rimangono, spesso, soltanto un momento da dover trascorrere, quasi assecondare sterilmente, direi. Erano altre gioie quelle mie, altre notti d’infinite attese, puri incanti per quegli occhi smaniosi di osservare brevi felicità. Era superfluo trattenere pensieri entusiasti di doni al plurale, in quei giorni. Era già palpitante effetto trovarselo “il balocco”. Tenera magia svelata al baratto di una notte agitata, quasi insonne, per il dolce sorriso di un’alba nativa. C’era più credere, altra meraviglia nella attesa di un gesto tanto sospirato. Il calore degli uomini – forse più semplice a quei tempi – misurava un diverso spessore, maggior partecipazione all’avvento.
Ero un figlio bambino quando l’intenzione nella voce di un Papa buono dispensava, ai genitori devoti, d’essere messaggeri di sue carezze. Il Natale investiva ancora di buono le faccende quotidiane, quelle di tutti. Le ricopriva sotto una soffice coltre, un’umile sensazione di semplice raccolta, comunione umana.
In piedi, sopra un corto sgabello di legno lucido, in compagnia di curiosità infantili, c’era neve vista dalla finestra con lo sguardo a fissare un punto immaginario nel cielo. In quel modo sembrava di poter salire tra fiocchi larghi; un’ascensione senza peso alcuno, neppure nel cuore. In strada passavano a suonare zampogne in cambio di poche lire e qualche sorriso aggiunto. Uomini musicanti, quasi senza parole, dai volti semplici, lividi e rotti dal freddo di quegli inverni lontani. Lasciavano orme grossolane sull’asfalto innevato, ricordo. Impronte più adatte a calpestare i prati, i verdi alpeggi assolati. Uomini migranti – per quel po’ – dalle proprie terre distanti, più a sud. Non ricordo le voci; forse mai le adoperarono, ma soltanto i suoni striduli dei loro strumenti a fiato, quegli indumenti grezzi e lanosi, così i loro cenni grati e leggeri di ruvidi cappelli a inchino.
L’abbondanza della neve ovattava tutto: strade, gli stessi suoni, paure, perdite che non sarebbero mai potute appartenere a ciò che, un domani, potrà essere dimenticato, così certi piccoli pensieri dedicati agli smarrimenti immaturi.
Osservando quel trascorso da uno sguardo temporalmente davvero distante, tutto mi appare mutato, algido, ora, ma non è soltanto apparenza ad appannare certe visioni. Forse sono soltanto retorici ricordi di me; uomo raggiunto da ciò che più non può osservare dalla soglia di quei suoi piccoli anni. Più di mezza è l’età appoggiata alla memoria, l’altra vive il giorno, adesso, e pensa incessantemente al valore possibile del tramandare.
Sembrerebbero facili, addirittura sciocche riflessioni a ciò che resta della “Santa” Natività le mie, ma un bisogno di consumismo, come fosse un miraggio, divora ogni segno mistico dal suo valore primario. Siamo rimasti solamente degli avanzi di sacri intenti che arrancano su strade fitte di umanità assorte, tra luminarie sempre più accecanti, agghindate di futili illusioni. Questo è il nostro vuoto lucente: un occasionale stare in comunione, riconoscendo all’acquisto un momento magico, un significato di quiete interiore, ma non d’insegnamento. E’ rimasto semplicemente un involucro, il Natale; sempre più lustro, sempre più distante dall’essere compreso intimamente, vissuto nel suo sacro retaggio.
Da lontano ci osserva attraverso gli occhi stupiti dei nostri figli, perdendo un senso che avrebbe molte verità da raccontare, senza trattenere una colpa che gli appartenga, per ciò in cui si è trasformato nelle intenzioni e nel cuore degli uomini.
Ritrovare il dono di un gesto nel cedere se stessi, sarebbe miglior cosa, non riempire i vuoti sempre nuovi con fredda materia acquistata. Attendersi che nel gesto di un dono si possano riparare gli errori, mitigando le inquietudini della propria vita. Tutto ciò non può essere valore. Quel dietro nascosto ai comodi bagliori mostrati, spinge a un perdonarsi stabilito dall’indifferenza raggiunta. Non saper affermare il dubbio è coscienza che annebbia i cammini, così il non voler udire il semplice ritmo dei ricordi, chiamare gli anni al duro, ineluttabile passaggio di esistenze. Il disincanto, nel frattempo, brucia lentamente, come un tizzone arde nel falò dell’anima perduta in nome di futili consumi, pur se festosi.
C’è un pensiero anche per te, mamma, affiorato dall’assolto rievocare della mente. Ieri, sono passato per le tue fertili terre venete, che hai lavorato e goduto bambina. Proprio ieri, il giorno di Santa Lucia e del tuo compleanno. Tu non c’eri, non ci sarai più, lì. Sei altrove per i tuoi giorni in Natale, Ida Lucia, senza di me, io senza te! Spero che tua figlia, almeno – mia sorella – che da pochi anni ha smarrito, senza colpa, la sua ancor laboriosa vita, ti sia accanto.
Conoscono il freddo di rigidi inverni senza fine, queste assenze. Così, voi mancherete alla mia vita per tutto il tempo in cui camminerò, ancora, un cielo mutevole scorrere distratto sopra la testa.
Di tutti questi miei pensieri a farneticare il Santo Natale, intanto, cosa resta…

© Roberto Anzaldi

  2 comments for “Cosa resta…

  1. marta
    14 dicembre 2014 at 16:56

    Penso che ognuno di noi abbia un suo Natale, vissuto e passato, nel cuore. Spesso si tratta del Natale di quando eravamo bimbi, di quando era tutto bello, perché era colorato da quegli occhi che crescendo la vita ha purtroppo annebbiato a ciascuno di noi. Ma quegli occhi, quale che sia stato il nostro vissuto nel frattempo, sono ancora in nostro possesso. Indossando gli occhiali della semplicità, della gioia e del calore che deriva dai nostri affetti, dello stupore e della meraviglia che crediamo di dover abbandonare perché ormai siamo grandi, potremo rivivere anche oggi quelle atmosfere che tanto abbiamo amato in passato.
    Il Natale 2014 sarà per molti improntato alla preoccupazione ed alla paura per il domani, e forse mancante di tanti oggetti legati al consumismo puro e semplice. Ma forse, se sapremo coglierne l’essenza, che nessun stupido pseudo-politico ci può sottrarre, riusciremo oggi più di ieri a sentire il suono delle zampogne così ben ricordato e descritto da Roberto, e a concederci, almeno per una notte, un attimo di quella pace, balsamo per anime in lotta, che tanto ci manca.

  2. 15 dicembre 2014 at 2:17

    cara Marta,

    questo dovrebbe essere in grado di trasmettere la scrittura. Evocare nei pensieri e nei cuori di chi ascolta, leggendo, il significato delle parole, il trasferirsi in luoghi e situazioni incontrate nel mare della vita, un moto di emozioni affioranti. Soltanto la propria sensibilità, poi, sarà in grado di attribuire il valore di quelle emozioni ospitate dentro se stessi.
    Grazie per il tuo commento e buone letture!

Lascia un commento